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Inquadramento storico
La Seconda Guerra Mondiale fu un evento di devastante portata planetaria che, provocato dalla politica di conquista e di aggressione della Germania nazista, vide la progressiva partecipazione di nazioni da tutti i continenti, con un'estensione delle operazioni belliche su fronti che interessarono gran parte del pianeta (Europa, Africa, America, Asia). Nato con numerosi elementi di continuità con la Prima Guerra mondiale (il tentativo della Germania di affermare la sua egemonia sul continente europeo, la volontà di Francia e Gran Bretagna di impedirlo, la tendenza ad allargare il teatro degli scontri fuori dai confini europei), il conflitto si sviluppò tuttavia con elementi ancora più devastanti: il carattere della guerra fu totale, nelle risorse mobilitate, nei metodi e negli obiettivi, con uno scontro radicale tra i due schieramenti e un'ampia mobilitazione di cittadini, con o senza uniforme. L'estensione della Seconda Guerra Mondiale fu maggiore rispetto alla Grande Guerra e ancor più rivoluzionarie furono le conseguenze sugli equilibri internazionali.

Il conflitto ebbe inizio il 1 settembre 1939 con l'invasione della Polonia da parte della Germania ed ebbe termine, in Europa, l'8 maggio 1945 con la resa tedesca; nell'area del Pacifico terminò solo il 2 settembre, con la resa dell'Impero giapponese a seguito del bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki. In sei anni, la guerra provocò più di 55 milioni di morti a causa dell'utilizzo di armi sempre più potenti e distruttive, spesso deliberatamente indirizzate contro obiettivi civili. Negli anni del conflitto si consumò inoltre la tragedia dell'Olocausto perpetrata dai nazisti nei confronti degli ebrei.

Già agli inizi del 1939 Hitler aveva avviato un'aggressiva politica di conquista per ampliare il Lebensraum, lo "spazio vitale" per il popolo tedesco, smembrando la Cecoslovacchia. Francia e Inghilterra reagirono alleandosi con la Polonia, nuova mira del Terzo Reich, senza riuscire ad ultimare un accordo con l'Urss che, con un grande colpo di scena, stipulò con la Germania un patto di non aggressione. Nel frattempo Italia e Germania avevano stretto un'alleanza militare, nota come patto d'acciaio, la quale prevedeva che se una delle due nazioni fosse entrata in guerra per una causa qualsiasi, anche in veste d'aggressore, l'altra sarebbe dovuta entrare nel conflitto al suo fianco. Con le garanzie dei due patti, Hitler attaccò la Polonia (1 settembre 1939). Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania mentre l'Italia, del tutto impreparata ad affrontare un conflitto di lunga durata, nonostante fosse legata dal patto d'acciaio annunciò la propria non belligeranza.

La conquista tedesca della Polonia fu rapidissima, grazie alla nuova tipologia di 'guerra-lampo' praticata dai tedeschi (uso congiunto di aviazione e mezzi corazzati). Subito dopo, la Germania trascinò nel conflitto anche paesi che speravano di mantenersi neutrali: nell'aprile del 1940 invadeva Danimarca e Norvegia e in maggio Lussemburgo, Belgio e Paesi Bassi. Nel maggio-giugno 1940 i tedeschi ottennero un travolgente successo anche sul fronte occidentale, occupando la parte centro-settentrionale della Francia; in quella meridionale si instaurava la Repubblica di Vichy, di fatto subordinata alla Germania nazista.
Il 10 giugno 1940 Mussolini, convinto che la guerra stesse ormai per finire, annunciò l'intervento dell'Italia a fianco dell'alleato nazista. L'Italia si scontrò con la Francia sulle Alpi Occidentali e con l'Inghilterra nel Mediterraneo e in Africa, attaccando successivamente anche la Grecia. Mussolini sperava di condurre una guerra parallela che portasse all'Italia l'egemonia sul Mediterraneo, ma gli insuccessi sui vari fronti lo obbligarono a chiedere l'aiuto dei tedeschi: falliva così anche l'illusione di una guerra breve.
L'Inghilterra di Churchill, che era riuscita a respingere l'attacco aereo nazista sulle isole britanniche, rimaneva sola a combattere contro le potenze dell'Asse.

Nel 1941 il conflitto entrò in una nuova fase, divenendo effettivamente mondiale. Nell'estate la Germania invase l'Urss, riportando notevoli successi ma finendo con l'immobilizzare su quel fronte, in una guerra di usura, gran parte del proprio esercito. In dicembre gli Stati Uniti, che già sostenevano economicamente lo sforzo bellico inglese, entrarono anch'essi in guerra dopo l'attacco aereo subito a Pearl Harbour ad opera del Giappone, unitosi alle potenze dell'Asse con il patto Tripartito, che associava dunque tre paesi ambiziosi (Germania, Italia e Giappone) in una politica d'egemonia mondiale.
Nella primavera-estate del 1942 le potenze dell'Asse raggiunsero la loro massima espansione. Nelle zone occupate, esse cercarono di costruire un nuovo ordine, fondato sulla supremazia della nazione "eletta". I tedeschi, in particolare, miravano a ridurre i popoli slavi in condizioni di semi-schiavitù. La persecuzione si concentrò, tuttavia, soprattutto contro gli ebrei: nei lager ne furono sterminati circa sei milioni.

Dal novembre 1942 si ebbe una svolta nella guerra, con una serie di insuccessi militari a danno delle potenze dell'Asse: i giapponesi subirono delle sconfitte nel Pacifico; sul fronte russo la lunga e sanguinosa battaglia di Stalingrado si risolse in una sconfitta dei tedeschi; sul fronte nordafricano gli alleati fermarono le potenze dell'Asse ad El Alamein, costringendole a ritirarsi. Nel luglio del 1943 iniziava lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia.
Gli insuccessi militari ormai drammatici furono all'origine della caduta di Mussolini (25 luglio 1943). L'8 settembre veniva annunciato l'armistizio fra l'Italia e gli anglo-americani: mentre il re e Badoglio fuggivano a Brindisi, i tedeschi occupavano l'Italia centro-settentrionale. Le forze armate italiane, prive di chiare direttive, si sbandarono: la maggior parte dei soldati abbandonò le armi e tornò a casa in abiti civili; oltre 600.000 militari italiani vennero fatti prigionieri dai tedeschi e inviati nei lager.
L'Italia era ormai divisa in due: al Sud lo Stato monarchico occupato dagli alleati, al Nord la Repubblica sociale di Mussolini, del tutto soggetta al controllo dei tedeschi. Alla fine del 1943 si formarono le prime bande partigiane, un movimento di resistenza interna che presto si sviluppò in tutta l'Italia settentrionale.

Nel 1943 l'Urss aveva iniziato una lenta ma inesorabile avanzata; nel giugno 1944 gli alleati sbarcarono in Normandia e, di lì a poco, liberavano la Francia; il 25 aprile 1945 l'Italia veniva liberata dalle forze alleate. Pochi giorni dopo, entrati i Russi a Berlino, la Germania capitolava. La guerra proseguiva solo nel Pacifico contro il Giappone che si arrese il 2 settembre, dopo l'esplosione di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Nasceva un nuovo equilibrio internazionale bipolare con l'emergere di due superpotenze, Usa e Urss, la cui contrapposizione avrebbe dato origine alla guerra fredda.


IL FRONTE DELLE ALPI OCCIDENTALI

Allo scoppio della guerra l'Italia aveva dichiarato la propria non belligeranza, giustificando l'inadempienza agli impegni del patto d'acciaio con l'impreparazione ad affrontare una guerra di lunga durata. L'equipaggiamento delle forze armate, già scarso e antiquato, era stato ulteriormente impoverito dalle imprese in Etiopia e in Spagna.
Il 10 giugno 1940, tuttavia, Mussolini annunciava l'ingresso dell'Italia in guerra al fianco dell'alleato nazista. La scelta non era stata determinata da una mutata situazione delle condizioni dell'esercito italiano ma dal fatto che la Francia iniziava proprio allora a cedere sempre più sotto l'attacco tedesco e Mussolini, convinto che il conflitto stesse ormai per finire, ambiva a sedere tra i vincitori al tavolo delle trattative al termine della 'guerra-lampo'. "Vi assicuro che a settembre sarà tutto finito. Ho bisogno soltanto di qualche migliaio di morti da potermi sedere da ex-belligerante al tavolo delle trattative" (Mussolini al capo di stato maggiore Badoglio).
L'Italia attaccò la Francia sul fronte delle Alpi Occidentali, che si estendeva dal Monte Bianco fino a Ventimiglia, in una battaglia che ebbe breve durata (21-25 giugno 1940). Nonostante la rotta generale dell'esercito francese, impegnato anche sul fronte orientale con i tedeschi che il 14 giugno erano entrati a Parigi, l'Italia diede prova di una grave inefficienza: le truppe italiane, numericamente superiori, non riuscirono infatti a sfondare le linee nemiche ma anzi subirono perdite maggiori, dimostrando disorganizzazione, arretratezza tattica e inadeguatezza negli equipaggiamenti. Le perdite furono di oltre 1200 uomini, tra morti e dispersi; più di 2600 i feriti e numerosi i casi di congelamento; 1141 i prigionieri.
L'armistizio richiesto dalla Francia venne firmato da Badoglio il 24 giugno a Villa Incisa; esso prevedeva solo qualche minima rettifica di confine, oltre alla smilitarizzazione di una fascia di territorio francese profonda 50 chilometri.


IL FRONTE NORDAFRICANO

Il fronte nordafricano si aprì nel settembre del 1940 quando l'Italia, forte della presenza di più di 220.000 uomini, lanciò dalla Libia un attacco all'Egitto, difeso da poco più di 40.000 soldati inglesi, con lo scopo di impossessarsi del Canale di Suez. L'intervento dovette ben presto arrestarsi per l'insufficienza dei mezzi corazzati. Un'offerta di aiuto da parte della Germania fu respinta da Mussolini, preoccupato di sottrarsi alla tutela del più potente alleato e convinto che l'Italia dovesse combattere una sua guerra, parallela a quella tedesca. Nel mese di dicembre gli inglesi passarono al contrattacco e, grazie anche alla superiorità dei loro carri armati, in meno di due mesi conquistarono l'intera Cirenaica (la parte orientale della Libia) infliggendo agli italiani perdite considerevoli (140.000 tra morti, feriti e prigionieri). Per evitare la definitiva cacciata dalla Libia, Mussolini fu allora costretto ad accettare l'aiuto della Germania: in marzo, con l'arrivo di reparti della Luftwaffe e dell'Afrika Korps, equipaggiati con moderni mezzi corazzati e comandati da Erwin Rommel, le truppe dell'Asse cominciarono una lunga controffensiva che, già in aprile, portò alla riconquista della Cirenaica. Nel frattempo le colonie italiane nell'Africa orientale (Etiopia, Somalia, Eritrea), difficilmente difendibili a causa della loro posizione geografica, cadevano nelle mani degli inglesi e dei loro alleati, che il 6 aprile 1941 occuparono Addis Abeba.
Nel luglio del 1942 ebbe luogo la prima battaglia di El Alamein, in cui l'esercito dell'Asse, giunto a soli 80 km da Alessandria, venne arrestato nella sua avanzata; a fine ottobre il generale inglese Montgomery lanciò una nuova controffensiva ad El Alamein, disponendo di notevole superiorità in uomini e mezzi. In questa occasione l'esercito italiano diede prova di resistenza e coraggio ma le forze dell'Asse vennero sconfitte; gli inglesi fecero migliaia di prigionieri e la parte rimanente dell'esercito iniziò una lunga ritirata fino alla Tunisia. A Novembre sbarcò in Algeria e Marocco un contingente alleato e le truppe italo-tedesche, strette tra due fuochi, si arresero nel maggio del 1943 e il fronte nordafricano venne chiuso con la definitiva cacciata delle forze dell'Asse. Da quel momento l'Africa settentrionale costituì la base di partenza per lo sbarco alleato in Sicilia.


IL FRONTE GRECO-ALBANESE

Il 28 ottobre 1940 l'esercito italiano, muovendo dall'Albania che aveva occupato nell'aprile del 1939, attaccò improvvisamente la Grecia, un paese governato da un regime semifascista con cui Mussolini aveva fino ad allora intrattenuto buoni rapporti. L'attacco, effettuato all'insaputa di Hitler, fu determinato da ragioni di concorrenza con la Germania, che aveva assunto un peso sempre maggiore all'interno dell'Asse; la conquista della Grecia e delle suo isole avrebbe inoltre contribuito a rafforzare notevolmente la presenza italiana nel Mediterraneo. Decisa in gran fretta e senza adeguata preparazione, l'offensiva italiana si scontrò con una resistenza molto più dura del previsto e in condizioni climatiche pessime, tanto che gli italiani furono costretti a ripiegare in territorio albanese e a schierarsi sulla difensiva. La guerra di posizione sulle montagne albanesi, snervante e demoralizzante, si trascinò per tutto l'inverno mentre gli inglesi intervenivano a sostenere l'esercito greco. A causa dell'esito fallimentare della campagna di Grecia Badoglio dovette rassegnare le dimissione e Mussolini fu infine costretto a chiedere l'intervento di Hitler, subendo una significativa perdita di prestigio e di consenso interno e internazionale. I tedeschi giunsero nell'aprile del 1941 e attaccarono in simultanea con le truppe italiane la Grecia e la Jugoslavia, costrette infine a capitolare. La Jugoslavia si arrese il 17 aprile; il 20 aprile la Grecia si arrese alla sola Germania ma Mussolini, infuriato, ottenne che la cerimonia di armistizio fosse ripetuta il 23 aprile 1941 alla presenza anche di rappresentanti italiani. L'Italia ottenne il controllo di buona parte della Grecia continentale, delle isole di Corfù, Zante e Cefalonia e la parte orientale di Creta.

IL FRONTE RUSSO

Il fronte russo è ricordato come una delle prove più terribili a cui furono sottoposti i soldati italiani: quasi la metà di essi morì in battaglia o durante la ritirata, condotta in condizioni proibitive. Il fronte, vastissimo (1600 chilometri, dal Baltico al Mar Nero), si era aperto il 22 giugno 1941 quando era scattata senza preavviso l'offensiva tedesca contro l'Unione sovietica; i russi furono colti impreparati e in sole due settimane le armate del Reich penetrarono per centinaia di chilometri in territorio sovietico. All'offensiva prese parte anche un corpo di spedizione italiano, inviato in tutta fretta da Mussolini, ansioso di inserirsi nella crociata antibolscevica. La conquista proseguì per tutta estate, ma l'attacco decisivo verso Mosca venne sferrato troppo tardi, all'inizio di ottobre, e fu bloccato a poche decine di chilometri dalla capitale anche per il sopraggiungere del maltempo contro il quale l'esercito dell'Asse non era adeguatamente equipaggiato. La resistenza russa ebbe così il tempo di organizzarsi e di lanciare la prima controffensiva che venne fermata a costo di gravi perdite, con oltre un milione di soldati morti o feriti. La guerra-lampo pianificata da Hitler si trasformò in una guerra d'usura, con eserciti immobilizzati nelle pianure russe, alle prese con un terribile inverno e con una resistenza accanita. Nell'agosto del 1942 i tedeschi iniziarono l'assedio di Stalingrado, punto nodale della difesa russa e città simbolo che portava il nome di Stalin. Dopo mesi di durissimi combattimenti strada per strada, nel novembre 1942 i sovietici riuscirono a contrattaccare i tedeschi e a chiuderli in una morsa. Anziché autorizzare la ritirata, Hitler ordinò la resistenza a oltranza, con enormi sacrifici umani e con l'unico risultato della resa finale.
Il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, formato nel complesso da 61.700 uomini (fanteria e cavalleria), venne inviato in Russia a partire dal luglio 1941, raggiungendo in treno la città ungherese di Borsa e proseguendo fino al teatro di guerra con una lunga marcia. Sul fronte orientale vennero inviate, a partire dal luglio 1942, numerose Divisioni costituenti l'Armata Italiana in Russia (fanteria, cavalleria, alpini) per un totale di 230.000 uomini, che si schierarono e combatterono lungo il bacino del Don.
Da qui si ritirarono a partire dal 17 gennaio 1943 con una lunghissima marcia in condizioni climatiche proibitive (temperature tra i - 35° e i - 42°), con vestiario insufficiente e sottoposti a incessanti attacchi. Numerosi furono i soldati fatti prigionieri dai russi che morirono durante le marce di trasferimento verso i campi di prigionia o durante la prigionia stessa.